La storia di Bambi, l’asino della 13° divisione

Di questa foto si legge spesso che ritragga un soldato della seconda guerra mondiale mentre trasporta il proprio asino attraverso un campo minato; l’asino sarebbe stato trasportato a spalle per impedirgli di esplodere su una mina.

Ovviamente non può essere così, anche perchè nessun campo minato verrebbe attraversato da un soldato a piedi, poichè le mine non sono (ovviamente) visibili e il soldato salterebbe in aria.

Questa foto risale, invece, alla guerra algerina, e fu scattata nel 1958; un legionario della 13° divisione straniera inglese trovò un asino che moriva di fame.

Il soldato lo riportò alla base e la bestia divenne la mascotte dei militari, con il soprannome di “Bambi”. Questa foto apparve sul Daily Mai





Morti da Cambiamenti Climatici in aumento esponenziale

Il “Climate Risk Index”, arrivato quest’anno alla sua quindicesima edizione, è un documento di sintesi emesso dall’istituto Germanwatch, con sede a Berlino (Germania), uno dei più accreditati enti al mondo nella valutazione dei dati concernenti i cambiamenti climatici sul pianeta: il loro motto è “Osservare, analizzare, attuare.”

L’immagine qui sopra è la sintesi di un lavoro attento, quasi unico nel suo genere, in grado di dire ai cittadini di ogni stato quale è la situazione attuale nel luogo in cui vivono, basandosi sulla lettura degli eventi passati.

E’ subito evidente che nessun paese è realmente immune dai cambiamenti, e che l’Italia non è tra i luoghi più fortunati. Per capire meglio i dati di seguito riportati, è però necessario tenere presente alcuni fattori propri di questa analisi:

Il Climate Risk Index fotografa il passato, non è un modello per il futuro, non tiene conto dei futuri cambiamenti derivanti da scioglimento dei ghiacci, aumento del livello dei mari, aumento delle temperature medie, etc.

In definitiva, il Climate Risk Index, se usato come proiezione per il futuro, da un’idea assolutamente ottimistica degli effetti dei cambiamenti climatici

Se guardate che posizione occupa già ora l’Italia nella piantina qui sopra e considerate che non può che andar peggio, non c’è proprio da stare allegri. Premesso quanto sopra, passiamo ai dati:

Allagamenti in Europa sempre più frequenti

Tra il 1999 e il 2018 i paesi che hanno subito complessivamente i maggiori danni per gli effetti dei cambiamenti climatici sono stati Porto Rico, Myanmar, Haiti, Filippine, Pakistan, Vietnam, Bangladesh, Tailandia.

Se si prende in considerazione il solo 2018, i paesi che hanno subito maggiormente gli effetti dei cambiamenti climatici sono stati Giappone, Filippine, Germania, Madagascar, India, Sri Lanka, Kenia, Ruanda, Canada, Fiji.

Si noti il peggioramento della situazione per quanto ci riguarda: prima erano quasi solo paesi in via di sviluppo mentre l’anno scorso, nella triste classifica dei paesi più colpiti, sono entrati stati come il Giappone, la Germania e il Canada, che tutto sono tranne che “in via di sviluppo”.

Tra il 1999 e il 2018 sono morte 495000 persone in conseguenza diretta di 12000 fenomeni meteorologici estremi; nello stesso periodo le perdite economiche dirette (ovvero imputabili ai soli eventi atmosferici estremi) sono state relativamente basse: circa 3,54 miliardi di dollari.

Nel 2018, ultimo anno preso in esame nell’attuale rapporto, le onde di calore sono state una delle principali cause dei danni, colpendo più degli altri il Giappone, la Germania e l’India. A tal proposito, il rapporto specifica che è ora di evidenza scientifica ciò che già si sospettava, ovvero che le ondate di calore sono una conseguenza diretta dei cambiamenti climatici.

In Europa, la probabilità che si produca un’ondata di calore mortale è da 10 a 100 volte maggiore rispetto al 1918.

Alcuni paesi, come il Porto Rico, Haiti le Filippine e il Pakistan sono stati così spesso interessati da disastri derivanti direttamente dai cambiamenti climatici da essere sempre stati nella classifica dei paesi più colpiti.

Gli incendi della scorsa estate in Amazzonia, Siberia, Congo e Australia sono conseguenze dirette del Global Warming

Dei 10 paesi più colpiti dai cambiamenti climatici nel periodo 1999-2018, sette sono in via di sviluppo e con un gettito pro capite basso, due sono di medio sviluppo (Tailandia e Repubblica Domenicana) e solo uno, il Porto Rico, è un paese sviluppato e industrializzato. La ragione non va cercata nella sfortuna, ma nelle possibilità economiche: i paesi poveri non sono economicamente in condizione di far fronte ai cambiamenti climatici con investimenti adeguati alla salvaguardia della popolazione

Le ondate di calore sono, ad oggi, il principale effetto dei cambiamenti climatici: sono diventate talmente frequenti che il Porto Rico, che ne ha sofferto più degli altri, è permanentemente in vetta alla classifica dei paesi più colpiti dai cambiamenti climatici

L’Italia non figura mai nelle statistiche elencate qui sopra. Tutto bene, quindi? La risposta è no. Nella classifica per numero di morti da cambiamenti climatici, nella quale si vince se si arriva ultimi, noi occupiamo la sesta posizione.

In effetti, noi siamo abituati a pensare che i cambiamenti climatici, per quanto gravi, riguardino soprattutto Asia, Africa o comunque paesi lontani da noi; succede spesso di sentire qualcuno che dice qualcosa tipo: “noi la raccolta differenziata la facciamo bene, il problema sono i cinesi”.

Questa affermazione, per quanto semplicistica, corrisponde parzialmente al vero; certamente la Cina, l’India e tutto il sud-est asiatico inquinano più di noi, ed altrettanto vero è che gli Stati Uniti sono enormemente meno attenti all’ambiente dell’Europa… Ma tutto ciò non ci mette affatto al riparo dalle conseguenze.

Nonostante tutto, l’Italia risulta essere tra i paesi più a rischio (vedi la piantina in alto), sia per mortalità che per costi economici.

La Provinciale 227 Santa Margherita – Portofino, distrutta dalla mareggiata del 29 e 30 ottobre 2018

Le prospettive per il futuro sono drammatiche, e faranno sembrare la pandemia da Coronavirus un affare per ragazzini; negli ultimi 20 anni, i cambiamenti climatici hanno causato il numero impressionante di 500.000 vittime, dato che dovrebbe -da solo- indurre i governi di tutto il mondo a correre ai ripari molto più di quanto non stiano facendo.

Ma i governi dovrebbero essere allarmati dalle prospettive per il futuro. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la stessa che aveva previsto gli effetti del Coronavirus (e ci aveva azzeccato!), i cambiamenti climatici causeranno circa 250.000 morti all’anno da qui al 2030; un aumento esponenziale rispetto ai dati già pessimi dei 20 anni precedenti.

Per maggiori informazioni vedi anche: La società umana finirà nel 2050 per i cambiamenti climatici

A titolo di sensibilizzazione rispetto al problema, pubblichiamo il conto del numero dei morti da cambiamenti climatici.

Morti da Climate Change dal 1 gennaio 2020:

Un altro morto




L’attentato a Ronald Reagan

Forse non tutti sanno (o si ricordano) del tentato omicidio di Ronald Reagan, allora presidente degli Stati Uniti, avvenuto il 30 marzo del 1981.

Questi i fatti: l’attentatore, John Hinckley Jr, si avvinò al presidente Ronald Reagan all’uscita dell’Hotel Washington Hilton ed esplose diversi colpi di pistola calibro 22, sparando con frenesia ed evidente poca lucidità. Ferì gravemente 4 persone:

  1. il presidente Ronald Reagan, che fu colpito di rimbalzo dal vetro antiproiettile della limousine. Il proiettile gli perforò un polmone e si fermò a 2 centimetri dal cuore
  2. il segretario di stato James Brady, rimasto paralizzato fino alla morte (2014)
  3. l’ufficiale di polizia Thomas Delahanty, ferito non gravemente
  4. l’agente Timothy McCarthy, dei servizi segreti, ferito non gravemente

Durante il processo si scoprì che Hinckley aveva organizzato l’attentato per farsi notare dall’attrice Jodie Foster, della quale era innamorato. Fu assolto in quanto riconosciuto incapace di intendere e volere; tuttavia, fu rinchiuso in un manicomio, dal quale è uscito nel 2016.





Perchè New York si dice “La Grande Mela”?

New York come la Val di Non?

Decisamente no. New York è una città sull’oceano che nacque come porto, come nuova terra di immigrati, spinta dall’industria navale e famosa nei secoli scorsi anche per le ostriche, ma certamente mai per i suoi meleti.

Fu nel 1909 che Edward S. Martin, in un libro dal titolo “The Wayfaver in New York”, coniò la frase “la grande mela” per riferirsi alla città come il grande frutto dell’albero dello stato di New York, intesa come “la grande capitale dello stato”.

Per il classico gioco di trasformazioni lessicali, negli anni ’20 del secolo scorso “la grande mela” era diventata sinonimo di “grossa vincita” ai cavalli all’ippodromo di New York e John J. Fitzgerald, un cronista sportivo, usò “La Grande Mela” come titolo della sua rubrica sul New York Morning Telegraph.

Nel corso degli anni (e come spesso accade alle parole) “La Grande Mela” diventò sinonimo sia di vincita che di New York, o ancor più semplicisticamente di “New York che vince”, di “New York = luogo di vincenti”.

La politica e il business hanno fatto il resto.





Terence Hill

Un vero mito del nostro (e non solo nostro) cinema: il 29 marzo 1939 nasceva a Venezia Mario Girotti, alias Terence Hill.

Il nome d’arte “finto americano” viene dagli anni sessanta, periodo in cui erano molto in voga il film western che, per essere credibili, dovevano avere l’immagine di essere girati nel vero, selvaggio west (in realtà erano girati nel deserto di Tabernas, nel sud della Spagna, da produzioni perlopiù italiane e tedesche).

Fu durante le riprese di “Dio perdona, io no!”, il primo film di una lunga e fortunatissima serie girata assieme a Bud Spencer, che i due scelsero i propri nomi d’arte; Mario Girotti scelse Terence Hill perchè suonava bene e perchè aveva le stesse iniziali, T.H., di sua madre (Thieme Hildegard), mentre Carlo pedersoli scelse Bud Spencer per due ragioni: la prima era che il suo attore americano preferito era Spencer Tracy, la seconda era che gli piaceva la birra Bud. 🙂





Gli Stati Uniti mettono una taglia sulla testa di Maduro

La vicenda è serissima ed è qualcosa di più di una questione di geopolitica; il dipartimento di Stato Usa ha messo una taglia di 15 milioni di dollari su Nicolas Maduro, presidente “diversamente democratico” del Venezuela, accusato di spaccio di droga internazionale.

Per incassare il malloppo non servono il cavallo e la colt e il cartello “Wanted” non dice “vivo o morto”; sarà sufficiente fornire informazioni utili all’arresto.

Il presidente del Venezuela è stato incriminato negli Usa per traffico di droga (dal Venezuela? E chi l’avrebbe mai detto). Sono ricercati anche altri dirigenti vicino a Maduro.

Ce la faranno? Si accettano scommesse. Noi abbiamo fatto partire il Conteggio del tempo nel momento in cui è stato diramato il comunicato della taglia.





Il peggior disastro aereo della storia

Negli anni ’70 il Boeing 747, comunemente chiamato Jumbo, era pura fantascienza. Assieme al Concorde, rappresentava quanto di più avveniristico esistesse nel mondo dell’aeronautica.

Nel 1970, al momento della sua inaugurazione, diventò il più grande aereo passeggeri al mondo (record che avrebbe mantenuto per i successivi 37 anni); a seconda delle configurazioni poteva trasportare circa 400 passeggeri.

La caduta di un 747 era considerata, quindi, il peggior tipo di disastro aereo possibile, e fu oggetto anche di parecchia filmografia thriller (vedi Airport ’75 e Airport ’77), in cui si immaginava l’immenso dramma della potenziale caduta di un aereo con a bordo così tante persone.

Ma nessuno, con la più fervida fantasia, aveva immaginato la possibilità di un incidente che coinvolgesse non uno, ma addirittura due Jumbo contemporaneamente, e se mai qualcuno avesse scritto un simile copione, quel film sarebbe stato considerato trash, ovvero troppo poco credibile.

Eppure, accadde. Nel disastro aereo del 27 marzo del 1977, alle ore 17.06.56, due Boeing 747 collisero, ed entrambi viaggiavano a pieno carico. Morirono 583 persone; il più alto numero di vittime mai registrato in un incidente aereo.

Il dramma avvenne all’aeroporto di Los Rodeos, sull’isola di Tenerife (Canarie), eccezionalmente carico di lavoro poichè quel giorno, a causa di un attentato terroristico perpetrato nell’aeroporto della vicina Gran Canaria, furono deviati lì tutti i voli.

L’aeroporto di Los Rodeos, oggi.

Un piccolo aeroporto, dotato di una sola pista di atterraggio, non concepito per un tale volume di traffico. Una situazione che originò grandi ritardi negli atterraggi e nelle partenze.

Il volo KLM 4805, con 248 persone a bordo, si scontrò contro il volo Pan AM 1736, con 378 persone a bordo, mentre il primo decollava e l’altro rullava, entrambi sulla stessa pista. Ambedue gli aerei presero fuoco e andarono completamente distrutti.

La tempesta perfetta dell’aviazione: si parla di tempesta perfetta quando tutti i fattori negativi teoricamente possibili si materializzano contemporaneamente, e questo è esattamente ciò che accadde a Los Rodeos.

Le indagini successive al disastro accertarono che più elementi concorsero simultaneamente; in primo luogo, la chiusura del vicino aeroporto di Gran Canaria per l’attentato terroristico e la conseguente deviazione su Tenerife di tutti i voli.

Il piccolo aeroporto non era dotato di un radar di terra, che avrebbe consentito di vedere i due Jumbo nella nebbia e avrebbe probabilmente impedito lo scontro; le luci pista erano fuori uso, cosa grave in se e ancor peggiore se si considera l’alta probabilità di nebbia in quella zona, data dalla vicinanza del vulcano Teide; se le luci avessero funzionato forse il Jumbo che rullava avrebbe trovato prima la via di fuga laterale, e lo schianto non sarebbe avvenuto.

Un’immagine dei momenti immediatamente successivi allo schianto

A questi fattori oggettivi si aggiungano il sovraffollamento dell’aeroporto, la scarsa conoscenza dell’inglese da parte degli operatori della torre di controllo, comunicazioni radio disturbate, fretta, stress e, non ultima, la nebbia.

Infine, il numero delle vittime venne aggravato da un’ulteriore accanimento della sfortuna: i soccorritori, per altro avvisati in ritardo dopo lo schianto, complice la scarsa visibilità e la distanza tra i due relitti, non si accorsero per oltre 20 minuti dell’aereo Pan Am (su cui vi erano diversi superstiti) e concentrarono i loro sforzi sul solo incendio scatenato dal KLM (i cui occupanti erano tutti morti).





45 anni di Fantozzi

Il 27 marzo 1975, usciva nelle sale “Fantozzi”, primo capitolo della fortunatissima saga di e con Paolo Villaggio.

Il primo film, tratto dall’omonimo libro che aveva venduto più di un milione di copie, esordì esattamente 45 anni fa e fu un grandissimo successo, tanto da essere stato inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare.

L’anno successivo, 1976, il secondo tragico Fanzozzi bissò il successo del primo, così come tutti i successivi capitoli.

Il personaggio di Fantozzi è entrato talmente in profondità nell’immaginario collettivo italiano da essere oggi un termine d’uso comune per definire qualcosa di grottesco, di ridicolo, di umiliante… Di “fantoziano”, appunto.





20 anni di Vladimir Putin, il nuovo Zar.

Vladimir Vladimirovič Putin, ex militare ed ex funzionario del KGB russo, è oggi il presidente della Federazione Russa al 4° mandato raggiunto, probabilmente, in forma “diversamente democratica”.

Fu eletto per la prima volta presidente il 26 marzo 2000 e da allora è sempre stato protagonista, nel bene e nel male, in Russia e nel mondo. Considerato a lungo come l’uomo più potente del mondo, oggi occupa la seconda posizione (classifica Forbes) dietro a Xi Jinping (Presidente dal Partito Comunista Cinese) e davanti a Donald Trump (Presidente U.S.A.).





Il trattato di Schengen

Schengen è un comune del Lussemburgo con una curiosa posizione geografica, poichè confina a ovest con la Germania e a Est con la Francia, nel contesto di una zona che storicamente è stata teatro di sanguinose guerre.

La sua simbolica appartenenza a tre stati europei nel cuore dell’Europa fisica lo ha reso ideale per firmare uno storico accordo che ha eliminato i confini interni all’Europa Politica, con l’intento di cancellare il nostro passato di nemici e dare vita all’Unione Europea.

Il trattato si Schengen è, infatti, l’accordo che consente a persone e merci di spostarsi senza frontiere all’interno degli stati firmatari. Sulla piantina vedete in blu gli stati UE aderenti e in verde gli stati NON UE aderenti.

Non ne fanno parte Bulgaria, Cipro, Croazia, e Romania, per cui il trattato non è ancora entrato in vigore, mentre l’Irlanda non ha mai aderito alla convenzione. Anche il Regno Unito, recentemente uscito dall’Unione Europea con la famosa Brexit, non aveva mai aderito allo spazio Schengen.

Lo spazio Schengen può essere chiuso, anche unilateralmente, dai singoli stati membri, in presenza di questioni di particolare gravità (come, ad esempio, la pandemia di Coronavirus).